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— Parola all'editore

La poesia di fine mese. Novembre 2020

La poesia di fine mese. Novembre 2020

Cos’è la poesia che non salva
i popoli né le persone?
Una complicità di menzogne ufficiali,
una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,
una lettura per signorinette.

Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,
che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,
questo, e solo questo, è la salvezza.

Czesław Miłosz, Prefazione, 1945

Per il consueto appuntamento che conclude ogni mese nel Salotto Bompiani oggi vi proponiamo uno dei testi tratti da Sillabe di fuoco, la più completa antologia disponibile in italiano dell'opera del premio Nobel Gabriela Mistral, curata e tradotta da Matteo Lefèvre. Vera e propria auctoritas letteraria sudamericana, la Mistral è rimasta un punto di riferimento quasi obbligato per le successive generazioni di autori (e autrici) dell’America latina, non soltanto cileni.

LA SUPPLICA

Signore, Tu sai come, con accesa allegria,
per gli esseri più vari la mia voce ti invoca.
Vengo ora a implorarti per l’uomo che era mio,
mia rinfrescante coppa, zucchero al mio palato.

Calcio delle mie ossa, dolce viatico al giorno,
tintinnio del mio orecchio, cinta della mia veste.
Mi curo anche di quelli dei quali non mi importa;
non mi guardare torvo se ti imploro per lui!

Ti dico che era buono, ti dico che portava
il cuore intero aperto sul suo petto, che era
soave d’indole, franco come luce dell’alba,
come la primavera ricolmo di miracolo.

Mi rispondi, severo, che di preghiera è indegno
chi di preghiera ha asciutte le labbra sue febbrili,
e se ne andò una sera senza un segno di croce,
con le tempie spaccate come fragili vasi.

Però io, mio Signore, ribatto che ho toccato,
alla stessa maniera del nardo del suo viso,
tutto quanto il suo cuore tormentato e dolce,
ed era come seta del bocciolo che nasce!

Fu crudele? Dimentichi, Signore, che era mio,
e lui sapeva suo il petto che feriva.
Contaminò per sempre la mia linfa gioiosa?
Non importa! Capiscimi: io lo amavo, lo amavo!

E amare (lo sai bene) è un amaro esercizio;
un avere le palpebre di lacrime bagnate,
un placare di baci le trecce di cilicio,
mantenendo, al di sotto, gli occhi in piena estasi.

Il ferro che mi scava è amabilmente freddo,
quando apre, come messi, le carni innamorate.
E la croce (ricordi, oh Tu, Re dei giudei!)
con levità si porta, come un mazzo di rose.

Io sono qui, Signore, con il volto schiantato
nella terra, e mi sfogo con te in questo crepuscolo,
come in tutti i crepuscoli che vedrà la mia vita,
se tarderai nel dirmi la parola che attendo.

Fiaccherò le tue orecchie di preghiere e singhiozzi,
leccando, cane timido, gli orli del tuo mantello,
non possono fuggirmi i tuoi occhi amorevoli
né schivare il tuo piede il fi ume del mio pianto.

Dimmi che lo perdoni! E spanderà nel vento
il verbo tuo fragranze di cento profumiere
che si versano; le acque abbaglieranno gli occhi;
fioriranno i deserti e i sassi splenderanno.

Si bagneranno gli occhi ombrosi delle fiere,
e, comprendendo, il monte che hai forgiato di pietra
piangerà dalle palpebre bianche dei suoi nevai:
tutta quanta la terra saprà che hai perdonato!

Gabriela Mistral