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— Parola all'editore

Come Kurt Vonnegut imparò a scrivere racconti

Come Kurt Vonnegut imparò a scrivere racconti

Nei testi che introducono il volume Tutti i racconti di Kurt Vonnegut, i curatori spiegano metodo e criteri che hanno portato alla composizione dell'opera. Se ne può derivare anche uno spaccato di storia dell'editoria del tempo: fu – per esempio – grazie all'aiuto del suo agente letterario e di un incoraggiante  editore di una rivista, suo sostenitore, che Vonnegut riuscì ad affinare la sua scrittura. Di questo, e della sempre molto dibattuta domanda "si può imparare a scrivere?" si parla nel testo introduttivo "Come Vonnegut imparò a scrivere racconti", del curatore Dan Wakefield, di cui vi proponiamo un estratto.

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Come Vonnegut imparò a scrivere racconti

Un nome scarabocchiato in fondo a una lettera di rifiuto della rivista Collier’s aprì a Kurt Vonnegut la porta della carriera professionale di scrittore. In un primo momento non la riconobbe. Decifrò il messaggio che diceva: “Per noi questo è un po’ sentenzioso. Non sei per caso il Kurt Vonnegut che lavorava al Cornell Sun nel 1942, eh?” Kurt pensò che lo scarabocchio poteva essere “Owen Buyer, Ormes Bruyes o Dunk Briges, tutte persone a me ignote”. Fosse merito del caso, della fortuna o delle Muse, un fotografo col quale Kurt lavorava alla General Electric gli aveva suggerito di spedire alcuni dei racconti che stava scrivendo a un commilitone che aveva conosciuto quando lavorava a Yank. Il nome dell’amico era Knox Burger, che adesso lavorava a Collier’s come fiction editor.

Collier’s. Kurt cercò la lettera di rifiuto e riconobbe in “Knox Burger” il nome che non era stato capace di decifrare. Burger era stato editor di una rivista umoristica chiamata The Cornell Widow quando Kurt lavorava per il Sun. Non perse tempo, andò a pranzo con Knox a New York e trovò in lui una guida, e un’amicizia, che doveva durare molti anni.

Kurt spedì a Knox una scelta di racconti recenti e Knox gli rispose nel modo in cui i buoni editor rispondevano a quel tempo, con una lettera dettagliata di istruzioni (3 luglio 1949) su come migliorare un racconto che secondo lui aveva del potenziale, intitolato “Mnemonics”. Vonnegut, in seguito, avrebbe ricordato che “allora agenti e editori potevano dire a uno scrittore in che modo mettere a punto un racconto come se loro fossero i meccanici e il racconto una macchina da corsa” (dall’Introduzione a Bagombo Snuff Box).

I suggerimenti di Burger erano effettivamente dettagliati come quelli per smontare un’automobile: una pagina intera di istruzioni seguite dall’incoraggiante convinzione che il racconto aveva... delle possibilità. Knox diceva che un certo personaggio doveva essere più motivato e spiegava come farlo; voleva che la lista della spesa di una moglie fosse più fantasiosa e dava esempi di prodotti che avrebbe potuto andare a comprare. Trovava che un riferimento fosse “forzato” e chiedeva di sostituirlo...

Kurt operò immediatamente tutte le correzioni, solo per ricevere un’altra lettera con ulteriori revisioni. Accolse tutti i nuovi suggerimenti e rispose con le ultime revisioni, solo per ricevere un’ultima risposta: il racconto era stato presentato all’editore, che non soltanto pensava che non fosse riuscito, ma diceva che gli aveva lasciato l’amaro in bocca!

Se avessi letto tutto questo in un romanzo su un aspirante scrittore, avrei temuto voltando pagina di scoprire che il protagonista si era buttato, o aveva almeno buttato la macchina da scrivere, nel burrone più vicino. Vonnegut non buttò via nemmeno il racconto. Dovette smontarlo di nuovo, lavorarci su ancora e più a lungo, perché “Mnemonics” fosse finalmente pubblicato su Collier’s un anno e mezzo dopo (28 aprile 1951). Come osserva Ginger Strand nel suo perspicace resoconto in The Brothers Vonnegut, “un grande numero di giovani avevano sogni letterari, ma Kurt aveva anche la disciplina”.

Mentre la maggior parte degli scrittori alle prime armi reagiscono alla valanga di rifiuti decidendo che gli editori sono semplicemente troppo stupidi o insensibili per apprezzare l’immortale prosa dell’autore, Vonnegut ebbe una reazione eccezionale: i suoi racconti erano stati rifiutati perché non erano abbastanza buoni. In “Coda to My Career as a Writer for Periodicals” (in Bagombo Snuff Box) scrisse che quando era agli inizi alcune riviste, “giustamente, non avrebbero toccato la mia roba nemmeno con i guanti di gomma. Non mi offesi e non mi vergognai. Capivo le loro ragioni, ci voleva un po’ di umiltà”.

[...]

L’associazione con Burger, che poi lo passò a Littauer, diede il via alla parte professionale del viaggio di Kurt. Fu Burger a pubblicare il primo racconto di Kurt, “Relazione sull’effetto Barnhouse”, dopo che Ken Littauer gli ebbe fatto cambiare il finale per trasformarlo in una drammatica conclusione anziché in un discorso. Il risultato rispose finalmente alle attese di Burger e Vonnegut ricevette un assegno di 750 dollari, meno il dieci per cento dell’agente.

Il 28 ottobre 1949 Kurt scrisse a suo padre per dargli fieramente la notizia:

Caro papà,
ho venduto il mio primo racconto a Collier’s. Ho ricevuto il mio assegno (750 dollari meno la commissione del dieci per cento dell’agente [dall’agenzia Littauer e Wilkinson]) ieri a mezzogiorno. Pare che adesso altri due dei miei lavori abbiano buone probabilità di essere venduti nel prossimo futuro.
Credo di essere sulla buona strada. Ho depositato il mio primo assegno in un conto di risparmio e, se e quando ne venderò altri, continuerò a fare così finché avrò l’equivalente della paga di un anno alla GE. Basteranno altri quattro racconti per arrivare a qualcosa di più (come non ci è mai successo prima). Allora lascerò questo dannato lavoro da incubo e non ne cercherò un altro finché campo, Dio mi è testimone.
Da molti anni non sono mai stato così felice.
Con affetto,
K.

Si può insegnare a scrivere?

In un pezzo per la pagina degli editoriali del New York Times intitolato “Si può insegnare a scrivere?” Vonnegut scriveva nel 1999 che “grazie alle riviste popolari, ho imparato a scrivere racconti e romanzi lavorando. Un simile apprendistato letterario retribuito, con livelli così bassi, non esiste più. Pertanto: programmi di scrittura per gli studenti [...]

“Quando si affronta il tema della scrittura creativa in una compagnia sofisticata come i lettori di questo giornale, ci possiamo aspettare due risposte praticamente automatiche: la prima è un raggelante ‘Puoi insegnare veramente a scrivere a qualcuno? Me lo chiedeva solo due giorni fa un editor di questo stesso giornale...’ Sentite, esistevano insegnanti di creative writing molto prima che esistessero i corsi di creative writing, e si chiamavano e continuano a essere chiamati editor.”