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— Parola al traduttore

Dire quasi la stessa cosa. Intervista a Vincenzo Mantovani

Dire quasi la stessa cosa. Intervista a Vincenzo Mantovani

"Dire quasi la stessa cosa" è una serie di interviste ai nostri traduttori, per conoscere meglio questa splendida professione. Abbiamo sottoposto il nostro questionario a Vincenzo Mantovani, uno dei più importanti traduttori italiani dall'inglese, che per noi ha tradotto Tutti i racconti di Kurt Vonnegut e Questo mondo non è più bianco di James Baldwin. Ha scelto di rispondere inviandoci le interviste rilasciate a suo tempo (2002) a Ilide Carmignani per Alice.it/Informazioni Editoriali I.E. © 1996-2002 Informazioni Editoriali I.E.

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Quando ha deciso che voleva diventare un traduttore?

Ho cominciato a tradurre per caso. Quando facevo il liceo classico nella mia città natale, Ferrara, uno dei miei compagni di scuola era Guido Fink, che sarebbe diventato professore universitario, eccellente critico letterario e cinematografico, e infine direttore dell'Istituto italiano di cultura di Los Angeles. Guido Fink era figlio di una sorella di Giorgio Bassani e un giorno del 1959 - eravamo già laureati tutt'e due - venne a casa mia e mi raccontò che suo zio, allora consulente (o direttore letterario, non ricordo bene) della casa editrice fondata non molto tempo prima da Giangiacomo Feltrinelli, lo aveva incaricato di tradurre Il buon soldato di Ford Madox Ford. Ricordo che pensai: ma allora posso tradurre anch'io! Ero appena tornato da un lungo soggiorno in Inghilterra, conoscevo l'inglese abbastanza bene, leggevo riviste e romanzi americani, amavo la letteratura e in quel momento ero disoccupato. Lessi casualmente sul quotidiano Il Resto del Carlino un articolo di terza pagina che parlava di Eric Linder, il più importante (se non l'unico) agente letterario italiano di quel tempo, presi il treno, andai a Milano, ottenni di essere ricevuto da lui, gli spiegai la situazione. Linder fu gentilissimo. Mi fece fare una prova di traduzione, constatò che me la cavavo e mi presentò, guarda caso, proprio a un redattore della casa editrice Feltrinelli, Valerio Riva, che mi diede da tradurre un libro di racconti di Doris Lessing, L'abitudine di amare. Così è cominciata la mia carriera. In realtà, io non volevo fare il traduttore ma il giornalista. Anzi, nel ’59 facevo il giornalista già da quattro anni, ma ero stufo di stare in provincia e sognavo la metropoli, così nel ’58 mi ero licenziato e mi stavo agitando per trovare lavoro a Milano. Ma questa, come diceva il barman in quel film, è un'altra storia.

Qual è secondo lei lo strumento più prezioso per un traduttore?

Io consulto un'infinità di dizionari. Sfoglio in continuazione quello dei sinonimi. Oggi utilizzo con profitto quello straordinario strumento di lavoro che è Internet, il paradiso dei traduttori. In qualche ora ti permette di fare una ricerca per la quale una volta avresti dovuto passare intere giornate in biblioteca.

Che tipo di legame personale crea con gli autori che traduce?

Gli autori vanno presi con le pinze. Il primo libro che ho tradotto, come dicevo, era di Doris Lessing. Quando terminai la traduzione, ansioso di fare una bella figura, stesi un elenco dei miei dubbi e senza dire niente a nessuno lo inviai all'autrice, di cui avevo scovato, non ricordo come, l'indirizzo. Ero convinto che avrebbe apprezzato i miei scrupoli e la mia pignoleria. Apriti cielo! Doris Lessing, ricevuta la mia lettera, scrisse a Eric Linder per sapere chi era l'asino al quale Feltrinelli aveva assegnato la traduzione dei suoi racconti. Il suo traduttore italiano doveva essere una bestia, un ignorante e un incapace, perché le aveva rivolto una lunga serie di stupide domande. Fu Linder a telefonarmi, e a rimproverarmi per l'iniziativa che avevo preso. “Le consiglio di non farlo più,” mi disse. “Per questo libro, ho tranquillizzato io l'autrice e a lei manderò le risposte ai suoi quesiti. Ma in futuro eviti i contatti diretti con gli autori. Potrebbe capitarle nuovamente quello che è successo con la Lessing. O potrebbe invece capitarle di ricevere una lettera di quattordici pagine in cui l'autore, commosso dal suo interessamento, le dice che non ha mai trovato una persona come lei, e piange sulla sua spalla, e le confida tutte le sue pene: mia moglie mi tradisce, i miei figli mi considerano un fallito, il mio ultimo romanzo è uno schifo, ho perduto l'ispirazione, sono pieno di debiti, eccetera. Francamente, non so cosa sia peggio.”

E con gli editori per cui traduce?

Ho incontrato persone gentili e incoraggianti come Fruttero e Foà all’Einaudi, e naturalmente anche Calvino, prima che la mia arroganza suscitasse la sua ira. Con la stessa simpatia mi trattarono Ugo Mursia e Valentino Bompiani; Edmondo Aroldi e Domenico Porzio alla Rizzoli; Vittorio Parazzoli, Luciano De Maria e Vittorio Sereni alla Mondadori. C’era un enorme entusiasmo, nell’editoria, quando ho cominciato. Alla Feltrinelli, per lo meno. Che era la casa editrice più giovane del momento e dove si respirava un’aria davvero elettrizzante. Vi lavoravano dei redattori – oggi si chiamano editor – che avrebbero fatto delle brillantissime carriere e sarebbero diventati editori o direttori di alcune delle principali case editrici italiane. Mario Spagnol e Paolo Dossena, per fare due nomi. O Attilio Veraldi, il grande traduttore che ha poi scritto alcuni originali gialli italiani trasformati in film di successo. Il mio redattore ideale, comunque, è sordomuto (e magari cieco).

Pensa che il ruolo del traduttore viva la giusta considerazione nel mondo editoriale di oggi?

Sarò banale, ma secondo me il ruolo del traduttore consiste nel mettere i lettori che non conoscono una determinata lingua in grado di apprezzare le opere che in quella determinata lingua sono state scritte. A un traduttore io non chiedo altro, così come a un idraulico chiedo solo che mi sturi il lavandino. Quando ho cominciato a tradurre professionalmente, nel 1959, il nome del traduttore non era ancora degno di essere stampato sul frontespizio, ma veniva relegato nell’angolino più nascosto, dietro il copyright, come qualcosa di cui vergognarsi. Così il lettore poteva mantenere l’ingenua convinzione che francesi, russi, americani scrivessero i loro romanzi direttamente in italiano. Oggi i nomi dei traduttori sono più conosciuti. Se li cliccate su Google troverete parecchi risultati per
ognuno di noi. Oggi di traduzioni si scrive e si parla (come in questa occasione) e l’argomento è giudicato abbastanza interessante per trovare spazio ogni tanto anche nei mass media. Persino i recensori, certe volte, arrivano a ricordarsi del traduttore e lo elogiano o lo criticano a seconda dei casi. Ma la sua figura rimane quella che ho detto all’inizio: evanescente e spettrale. Per il passato, credo che ci sia una spiegazione. Ai miei tempi il traduttore era solo un aspirante redattore che usava la sua competenza linguistica (prendo in prestito l’espressione dal gergo dei politici) come un taxi: per migliorare la propria condizione lavorativa, per passare da precario a stabilizzato, per impossessarsi di una scrivania in una casa editrice o in altre aziende. Non c’era nulla di strano se la gente non sapeva chi era e cosa faceva, perché era lui stesso a considerare il proprio ruolo come provvisorio, il proprio lavoro come temporaneo. Così, mentre in altri paesi il traduttore era già allora una figura ben precisa, apprezzata e ben pagata, da noi ha continuato a rimanere (s)conosciuto (senza le parentesi) perché ha fatto assai poco per farsi conoscere, per difendere i propri diritti, per far acquistare alla propria professione la stessa dignità delle altre. Devo dire che agli inizi questo non mi ha mai scandalizzato. Non mi consideravo più di un valido artigiano e davo per scontato che il mio fosse un lavoro di nicchia, mal pagato e poco noto. Ma era anche troppo bello per cambiarlo con un altro.

Che consigli darebbe a un giovane traduttore?

Di riflettere bene su quello che fa. Oggi mi sembra molto difficile inserirsi nell'editoria. Quando ho cominciato io, fare il traduttore significava scegliere deliberatamente una vita marginale per ragioni quasi sempre esistenziali. Per questo ho sempre sostenuto che era un lavoro da “disadattati”. Bianciardi notava con una certa preoccupazione l'alto tasso di suicidi tra i traduttori. E lui stesso si suicidò con l'alcol. I traduttori sapevano a che cosa andavano incontro. Pochi soldi, nessun alloro, ma una certa libertà nella sfera privata, concretabile in questa frase: se oggi voglio andare a spasso, posso farlo senza dover chiedere il permesso a nessuno. Pur essendo più teorica che reale, questa libertà era il vero incentivo. Anche se poi nessuno andava a spasso perché, se fossimo andati a spasso, chi avrebbe tradotto il numero di cartelle sufficiente per pagare, ecc. ecc.? Oggi mi sembra che gli aspiranti traduttori abbiano molte pretese e poca voglia di sacrificarsi. Ma forse questa è solo l'impressione di un collega “di una certa età”.