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— Parola al traduttore

Dire quasi la stessa cosa. Intervista a Francesca Gabelli

Dire quasi la stessa cosa. Intervista a Francesca Gabelli

"Dire quasi la stessa cosa" è una serie di interviste ai nostri traduttori, per conoscere meglio questa splendida professione. Abbiamo parlato con Francesca Gabelli, traduttrice dal tedesco. Nata a Orbetello nel 1964, ha studiato filosofia a Firenze e letteratura comparata a Aix-en-Provence. Vive in Germania dal 1997 e dal 2006 traduce letteratura. Tra gli autori da lei tradotti per Bompiani ci sono Katherina Hacker, Uwe Tellkamp, Timur Vermes, Judith Schalansky, Jan Brandt, Stefanie De Velasco, Thomas Hettche ed Eva Menasse.

 

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Quando ha deciso che voleva diventare un traduttore?

Ho cominciato a pensare che mi sarebbe piaciuto fare la traduttrice dopo la laurea e durante gli studi di letteratura comparata a Aix-en-Provence. Allora credevo ancora che la mia lingua di partenza sarebbe stato il francese, poi il destino ha voluto che mi trovassi nella necessità di imparare il tedesco. È stato però solo qualche anno più tardi, dopo esperienze lavorative di vario genere, che ho deciso di provarci davvero.

Qual è stato il primo libro che ha tradotto?

Katharina Hacker, Gli spiantati, vincitore del Deutscher Buchpreis, il premio che viene assegnato ogni anno al miglior romanzo in lingua tedesca, pubblicato nel 2007 da Bompiani.

E il prossimo che vorrebbe tradurre?

Il nuovo romanzo di Uwe Tellkamp di cui ho già tradotto La Torre, sempre per Bompiani. Mi piacerebbe cimentarmi anche con la narrativa per bambini e giovani lettori perché finora non ne ho mai avuto l’occasione e la ritengo una vera sfida. Di solito, però, sono sempre molto impaziente di cominciare a lavorare al romanzo che già mi aspetta sulla scrivania.

Qual è secondo lei lo strumento più prezioso per un traduttore?

Da un punto di vista pratico sicuramente Internet. Oggi il traduttore può fare tutte le ricerche necessarie, trovare le citazioni, verificare la correttezza di nomi e date senza muoversi dalla scrivania. Ho tradotto romanzi che prima dell’avvento dell’era digitale mi avrebbero costretta a tornare in Italia e a passare mesi in biblioteca. Un altro strumento importante ma molto personale è rappresentato dalla sensibilità del traduttore, dalla capacità di leggere un testo cogliendo i vari registri ed entrare in sintonia con lo stile dell’autore mettendo da parte i propri gusti, senza cedere alla tentazione di migliorare o, peggio ancora, di semplificare il testo. Infine sembrerà una banalità, ma un traduttore non dovrebbe mai dimenticare di consultare il dizionario anche quando conosce benissimo la lingua di partenza.

Essere traduttore ha influito su di lei come lettore? In che modo?

Il mio modo di leggere è cambiato da quando ho cominciato a fare questo mestiere. Innanzitutto la scelta delle letture è spesso condizionata dal libro che sto traducendo in quel momento. In secondo luogo il mio approccio al testo è più consapevole, più attento allo stile e al lessico di quanto lo era un tempo. Quando leggo in tedesco mi capita di interrompere la lettura e chiedermi come renderei in italiano un gioco di parole o un’espressione dialettale, insomma, è come se non smettessi mai di tradurre. Forse però il cambiamento più grande è che oggi ho poco tempo per leggere quello che più mi piace e che continuo a comprare una gran quantità di libri che poi rimangono per mesi sullo scaffale della mia libreria.

Che tipo di legame personale crea con gli autori che traduce?

Grazie all’Europäisches Übersetzer-Kollegium di Straelen, un’istituzione che organizza regolarmente incontri tra un autore e i suoi traduttori, ho avuto la fortuna di lavorare con Timur Vermes per Lui è tornato e con Uwe Tellkamp per La Torre. Anche durante la traduzione di Contro il mondo ho incontrato più volte Jan Brandt che fin da subito mi aveva contatta per seguire da vicino il mio lavoro. Questi incontri hanno rappresentato per me un momento di grande arricchimento. Più in generale, ogni volta che ho avuto bisogno dell’aiuto dell’autore ho sempre incontrato molta disponibilità, interesse e rispetto per i miei sforzi. Di solito, tuttavia, cerco di risolvere i miei dubbi da sola e solo al termine del lavoro, se necessario, contatto l’autore.

E con gli editori per cui traduce?

Credo di essere stata molto fortunata in questo senso. Gli editori con cui collaboro mi hanno sempre dimostrato grande disponibilità e fiducia e mi hanno affidato lavori impegnativi anche quando ero alle prime armi, dandomi quindi la possibilità di crescere. Da parte mia ho sempre cercato di comprendere e venire incontro alle esigenze di chi lavora a ritmi molto sostenuti e con tempi spesso molto ristretti. Sono convinta che in qualsiasi rapporto di lavoro il rispetto reciproco sia fondamentale.

Qual è il ricordo più bello della sua carriera?

Non so se tradurre Uwe Tellkamp sia stato il momento più bello ma di sicuro è stato decisivo. Era il mio terzo romanzo e conteneva tutte le difficoltà che un traduttore può incontrare: citazioni nascoste, un lessico ricchissimo e molto specifico, descrizioni accurate di apparecchiature elettroniche e di strumenti di vario tipo, giochi di parole, dialoghi in dialetto, periodi lunghissimi e molto altro ancora. All’epoca mi sono detta che se fossi riuscita ad arrivare fino in fondo rispettando il più possibile la complessità dell’originale, allora avrei continuato a fare questo mestiere. Sono molto legata però anche all’Atlante delle isole remote di Judith Schalansky e all’Isola dei pavoni di Thomas Hettche, entrambi pubblicati da Bompiani.

Quale libro vorrebbe aver tradotto?

Tschick di Wolfgang Herrndorf, uscito in Italia nel 2012 per Rizzoli prima con il titolo Un’estate lunga sette giorni e poi, nel 2015, con Good By Berlin, nella traduzione di Alessandra Valtieri. Herrndorf è un autore che amo molto e che, purtroppo, non è ancora noto in Italia. Un altro romanzo che avrei voluto tanto tradurre è Das achte Leben (für Brilka) della scrittrice Nino Haratischwili, una saga familiare ambientata in Georgia di quasi 1300 pagine che al momento in Italia è ancora in corso di traduzione.

Pensa che il ruolo del traduttore viva la giusta considerazione nel mondo editoriale di oggi?

Ho la sensazione che negli ultimi anni molte case editrici abbiano cominciato a pensare al traduttore come a una figura di riferimento e non soltanto come a un collaboratore occasionale e questa è una svolta positiva perché credo che la continuità della collaborazione con l’editore sia fondamentale per un traduttore. Naturalmente mi fa piacere quando il mio lavoro è apprezzato anche all’esterno della casa editrice, ma per me è molto più importante il giudizio dell’editor, del redattore che ha seguito la pubblicazione del libro. Ripeto però che la mia esperienza personale con gli editori è stata fin dall’inizio molto positiva e che da questo punto di vista mi ritengo molto fortunata.

Che consigli darebbe a un giovane traduttore?

Leggere molto e di tutto, non solo nella lingua di partenza ma tanto, tanto in italiano. Credo che non guasti avere anche un’infarinatura di editoria, soprattutto se si vuole cominciare proponendo un titolo. Sapere come funziona una casa editrice in Italia e all’estero e come si svolga l’acquisizione dei diritti di traduzione, può aiutare a comprendere meglio quando e a chi inviare la propria proposta. Infine ci vuole sempre molta umiltà, per riconoscere gli errori che inevitabilmente si fanno, correggersi e migliorare.