La mancina
“Molto di quello che so l’ho imparato in un
recinto, un rettangolo perimetrato da una rete
d’acciaio, verde e spessa, che si intrecciava
in lungo e in largo in triangoli annodati come
carte di caramelle. A terra linee bianche e
intersezioni, angoli e corridoi tracciati su una
superficie lenta e terrosa, o così liscia e veloce da
ricordare il ghiaccio. Nel campo ho passato anni
a decifrare le intenzioni sulla faccia di mio padre.
Se ne stava fuori dalla recinzione con le mani
in preghiera, mi guardava colpire e scivolare,
rintanarmi negli angoli per riprendere fiato.”
Aleni è una bambina quando entra per la prima
volta in un campo da tennis. Il suo corpo impara
presto a misurarsi con quella geometria fatta
di disciplina e ritualità, e comincia a plasmarsi
come argilla sulla terra rossa. Muoversi dentro
le regole feroci del tennis è per Aleni un modo
per chiudere fuori l’universo delle relazioni,
misterioso e conturbante come il corpo del gatto
rosso che una volta ha trovato in giardino, e
rimanere soli tra la terra e il cielo, sotto gli occhi
di un padre convinto che lei sia una predestinata.
Ma nonostante la tenacia con cui si allena,
Aleni cova dentro di sé una forza centrifuga,
una tentazione all’altrove che si manifesta
nella sua indole selvatica e, forse, anche
in un dettaglio che la rende speciale: è mancina.
Attingendo al vissuto autobiografico di una
stagione di impegno agonistico nel tennis,
Giulia Della Cioppa racconta con voce ferma
una formazione fatta di allenamenti, tornei,
sponsor, sogni, vittorie, sconfitte. Ci conduce
in un viaggio letterario dentro il corpo di un’atleta
e la sua devozione assoluta, esaltante e distruttiva
al tempo stesso. E, sullo sfondo di un sud
abbacinante e immobile come il fondale
di un mito, fa del tennis un filtro attraverso
cui misurarci con il nostro desiderio di essere
riconosciuti e con quello, tanto più esigente,
di dare tregua al corpo per liberarsi.
“Molto di quello che so l’ho imparato in un
recinto, un rettangolo perimetrato da una rete
d’acciaio, verde e spessa, che si intrecciava
in lungo e in largo in triangoli annodati come
carte di caramelle. A terra linee bianche e
intersezioni, angoli e corridoi tracciati su una
superficie lenta e terrosa, o così liscia e veloce da
ricordare il ghiaccio. Nel campo ho passato anni
a decifrare le intenzioni sulla faccia di mio padre.
Se ne stava fuori dalla recinzione con le mani
in preghiera, mi guardava colpire e scivolare,
rintanarmi negli angoli per riprendere fiato.”
Aleni è una bambina quando entra per la prima
volta in un campo da tennis. Il suo corpo impara
presto a misurarsi con quella geometria fatta
di disciplina e ritualità, e comincia a plasmarsi
come argilla sulla terra rossa. Muoversi dentro
le regole feroci del tennis è per Aleni un modo
per chiudere fuori l’universo delle relazioni,
misterioso e conturbante come il corpo del gatto
rosso che una volta ha trovato in giardino, e
rimanere soli tra la terra e il cielo, sotto gli occhi
di un padre convinto che lei sia una predestinata.
Ma nonostante la tenacia con cui si allena,
Aleni cova dentro di sé una forza centrifuga,
una tentazione all’altrove che si manifesta
nella sua indole selvatica e, forse, anche
in un dettaglio che la rende speciale: è mancina.
Attingendo al vissuto autobiografico di una
stagione di impegno agonistico nel tennis,
Giulia Della Cioppa racconta con voce ferma
una formazione fatta di allenamenti, tornei,
sponsor, sogni, vittorie, sconfitte. Ci conduce
in un viaggio letterario dentro il corpo di un’atleta
e la sua devozione assoluta, esaltante e distruttiva
al tempo stesso. E, sullo sfondo di un sud
abbacinante e immobile come il fondale
di un mito, fa del tennis un filtro attraverso
cui misurarci con il nostro desiderio di essere
riconosciuti e con quello, tanto più esigente,
di dare tregua al corpo per liberarsi.